Tuscany Trail 2016, il racconto!

Schermata 2016-06-16 alle 15.39.19
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L’ha fatto davvero. Il nostro Fabio, tempo di recuperare un attimo il fiato, ci racconta com’è andata la settimana di Tuscany Trail, l’avventura su due ruote in giro per la Toscana. Cos’ha mangiato, come si è sentito, le doverose concessioni al realismo dopo qualche sogno troppo ottimistico. Sudore, pioggia, sorrisi e fatica, qui dentro c’è tutto. Oltre, ovviamente, a un bel po’ di cibo essiccato 😉

Il racconto, dopo un viaggio di 560 km a ruote!
E alla fine l’ho fatto, il Tuscany Trail. Nonostante, per un assortimento di ragioni (altrimenti note più prosaicamente come “sfighe”) non sia riuscito ad allenarmi quanto avrei voluto.Anche se sono cadute bombe d’acqua sulla testa, all’inizio, anche se sono stato inseguito dai temporali, dopo. Nonostante l’arsura e l’insolazione dell’unico giorno di sole, l’ultimo.

Nonostante le tendiniti e la fatica e l’alienazione, a volte.

Ne è valsa la pena e se potessi tornare indietro lo rifarei un milione di volte.

pioggia
Ronnie durante uno dei momenti con il meteo migliore dei primi quattro giorni.
Sogni d’autonomia e realtà

Avrei voluto fare quest’avventura portando tutto il mio materiale. Tutto, per dormire e… mangiare. Cibo per sette giorni, circa, di strada. Non è andata così.

Per vari motivi. Uno: ho imparato a stimare, avventura dopo avventura, che il mio fabbisogno di cibo quotidiano è di circa otto etti di cibo essiccato al giorno tra colazioni, snack, cena, dessert (sì, anche il dessert, non mi faccio certo mancare una bella macedonia)… questo per le attività dall’impegno fisico medio. Qui, l’impegno previsto sarebbe stato al mio limite. Avrei dovuto aumentare la quantità di carburante ad almeno un chilo e due etti di cibo (da reidratare) al giorno… per un totale di oltre otto chili di carico.

Sono calcoli che avevo già fatto; tuttavia, quando mi si è presentata l’opportunità di seguire il tracciato con un gruppo di amici, ho deciso tutto sommato di buon grado di rinunciare alla completa autonomia e preferire la compagnia e seguirli.

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Gli altri psicopatici a prendere l’acqua alla fontana, stando sotto al diluvio. La foto è annebbiata perché la macchina fotografica, indovinate? Si era bagnata.

Loro avrebbero viaggiato leggeri, solo con poco cibo per gli snack e consumando la maggior parte dei loro pasti fra bar e ristoranti (gustandosi sul campo varie specialità toscane: chiamali scemi). Inoltre, la loro idea originale era quella di dormire in strutture attrezzate se fosse stato necessario o opportuno. Per sperare di seguirli avrei dovuto ridurre il carico e così ho fatto. Ho portato qualche cena, diversi snack, ma non certo cibo in quantità da potermi auto sostenere per tutto quel tempo.

E poi?

E poi ha piovuto, ancora ed ancora e quando hanno voluto dormire al coperto, in un albergo che non si aspettava decine di ciclisti infangati e dove ci han fatto dormire in una stanza che sembrava un cantiere, li ho seguiti senza troppe remore. Dormire fuori quando piove è fattibilissimo ma aumenta i tempi di viaggio. L’aria umida impregna le piume del sacco a pelo e ricopre il telo impermeabile. Quindi vanno fatti asciugare, per non farli marcire e questo vuol dire fermarsi al primo raggio di sole e stendere tutto e perdere chilometri e minuti, a decine, preziosi.

E poi ha piovuto ancora e ancora.

E alla fine il gruppo l’ho perso, perché comunque erano troppo forti. E allora una sera in cui l’aria era asciutta da qualche ora, incredibilmente, ho deciso di lasciarli andare e montare il mio telo e dormire fuori.

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E poi avevo nostalgia del mio tarp, di dormire respirando il bosco. Di avere per compagnia le lucciole. Nel senso degli insetti!

Poche foto

Ho scattato pochissime foto e quelle poche, frettolosamente. Il tempo è trascorso in maniera surreale, come in un sogno. Tutto correva attorno, si pedalava. La bellezza veniva assorbita attraverso i pori, soffiataci dentro dal vento e restava impressa in me più che in qualsiasi obbiettivo.

Qualcun’altra, sempre poche, per lo stesso motivo, l’hanno scattata gli amici.

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Piove.
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Quando c’era poco fango, così, era fantastico.
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San Gimignano. Credo. Sì, pioveva.
Cosa ho mangiato?

Fruit leather, tanto (cioè, sfoglia di frutta frullata ed essiccata, per chi si fosse perso le puntate precedenti). Cachi, mele con noci, banane e anacardi, pesche. Ogni venti minuti circa raggiungevo la sacca sulla bici, ne estraevo una e me la gustavo. La frutta essiccata è stata il mio carburante principale in movimento.

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L’ultima sfoglia di cachi essiccati con vista su Firenze.

Mangiare a giugno la frutta che si trova solo in autunno e per giunta la mia preferita, non ha prezzo. Buona come appena essiccata. Il prossimo autunno ne essicco dodici casse, giuro.

Frutta a pezzi (anche se in bici, dove lo spazio è poco, il leather è vantaggioso), per varietà: i kiwi preparati qualche mese fa, banane, uvetta.

Riso, per la mia prima cena fuori (anche se ho dormito in una sorta di albergo, ho voluto consumare il mio cibo), con piselli, fagioli, carote, e olio extravergine.

La pasta preparata due post fa, per la seconda.

E per il resto, beh, principalmente pizza. OK, appena sfornata.

Essiccare il riso

Il riso è fantastico durante le avventure.

Si reidrata in un attimo, diventa buono come appena preparato, e si può facilmente arricchire con verdure e condimenti (per esempio, salsa di pomodoro essiccata!) al momento, improvvisando una cucina minimale. Per questo ne preparo in massa e lo tengo pronto in quantità generose, viene sempre buono.

Il mio preferito è il basmati.

Prepararlo è facilissimo. È facile persino per me, che ho le capacità culinarie di un koala.

Basta lessarlo con la quantità di sale desiderata (io non ne metto! Mi piace aggiungere, se mai, un po’ di salsa di soia al momento, che porto con me in un flacone).

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Io lo preparo al microonde: in un contenitore idoneo metto due parti (in volume ) d’acqua e una riso. Dopo 10-15 minuti (a seconda della quantità) a piena potenza, è pronto, cotto a puntino, e non serve nemmeno scolarlo.

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Quando dico che ne faccio tanto intendo sul serio. Una volta cotto ha riempito tutto quel contenitore.

Comunque lo vogliate preparare – ma ricordatevi di condire con pochissimo olio, se lo volete fare già più sofisticato invece che prepararlo come ingrediente di base, perché l’olio non si essicca! Quello va aggiunto dopo, sul campo.

Comunque lo vogliate preparare, dicevo, poi essiccatelo stendendolo sui cassetti dell’essiccatore rivestiti. Cercate di rompere i grumi con una forchetta; poi fate andare la macchina per – grossomodo – una decina di ore (programma P5 può andare bene). Scrivo “grossomodo” perché il tempo di essiccazione varia molto in funzione di quanto stipate ciascun cassetto. Se non ne preparate molto e lo distribuite fra tutti i cassetti, possono bastarne sette, o anche quindici se ne preparate per diversi mesi e riempite ogni cassetto con parecchi chicchi.

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Mettetelo via come al solito in un contenitore ermetico e buone mangiate, durante avventure semi estreme o piacevoli scampagnate estive.

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